lunedì 15 dicembre 2014

L'Antropocene è l'era della Solitudine

Come si potrebbe definire il tempo in cui viviamo?
Non è il tempo dell'informazione: la sconfitta dei movimenti di educazione popolare ha lasciato un vuoto che ora viene colmato da teorie di marketing ed ipotesi di complotto.
Come l'età della pietra, quella del ferro e quella dello spazio, l'era digitale ci dice molto sui prodotti, ma poco sulla società.

L'antropocene, era geologica che deve il proprio nome all'impatto massivo sulla biosfera da parte dell'uomo, non basta a differenziare questo secolo da tutti i precedenti.

Qual è l'evidente trasformazione sociale che contrassegna il nostro tempo distinguendolo da quelli che lo hanno preceduto?

A me appare ovvio: questa è l'Era della SOLITUDINE.


Quando Thomas Hobbes sostenne che nello stato di natura, prima che emergesse un'autorità che esercitasse un controllo, eravamo tutti in guerra "l'uno contro l'altro", non avrebbe potuto fare un errore più grande.
Fin dall'inizio siam stati creature sociali, una sorta di api mammifere, che dipendevano completamente le une dalle altre.
Per mutuo beneficio.
Gli ominidi dell'Africa orientale non avrebbero potuto sopravvivere da soli neanche una notte.
Siamo costituiti, in misura maggiore rispetto a quasi tutte le altre specie, dalla relazione con gli altri.
L'epoca in cui stiamo entrando, in cui viviamo separati, non è simile a nessun'altra epoca precedente.

La solitudine è diventata un'epidemia tra i giovani adulti. Ma è un disagio altrettanto grave nelle persone più anziane.
Uno studio dell'Independent Age rileva che il disturbo grave da solitudine affligge 700.000 uomini e 1.100.000 donne oltre i 50 anni, e si sta sviluppando ad una velocità impressionante.

E' improbabile che l'Ebola(?) uccida così tante persone quante ne vengono colpite da questo malessere.
L'isolamento sociale è una causa di morte precoce potente quanto il fumo di 15 sigarette al giorno; la ricerca rileva che la solitudine è doppiamente mortale dell'obesità.
Le forme di demenza, la pressione alta, l'alcolismo e gli infortuni, come anche la depressione, la paranoia, l'ansia ed il suicidio, si presentano più frequentemente quando vengono interrotte le relazioni sociali.
Non si è in grado di stare soli.

Certo, le fabbriche hanno chiuso, la gente si sposta in auto invece che con i mezzi pubblici, si collega a YouTube invece che andare al cinema.
Ma questi cambiamenti non sono sufficienti, da soli, a spiegare la velocità del nostro collasso sociale.
A questi cambiamenti strutturali si è accompagnata una sorta di ideologia di negazione della vita, che rafforza ed esalta l'isolamento sociale.
La guerra dell'uomo contro l'uomo, od in altri termini la competizione e l'individualismo, è la religione del nostro tempo, giustificata da una mitologia che inneggia ai combattenti solitari, agli operatori in proprio, agli uomini e donne che si fanno da soli, e vanno avanti da soli.
Per la più sociale delle creature, che si dice non possa prosperare senza "amore", non è disponibile ora qualcosa di simile alla società, ma solo un eroico individualismo.
Ciò che conta è vincere.
Il resto sono danni collaterali.

I giovani non si aspirano più a diventare ferrovieri o infermieri, più di un quinto di loro adesso afferma di "volere soltanto diventare ricchi": per il 40% del campione considerato, le uniche ambizioni sono la ricchezza e la fama.
Si è meno portati, rispetto ad altri tempi, ad avere strette amicizie o relazioni con i nostri vicini.
Perché sorprenderci allora, quando siamo pressati da ogni parte a lottare come cani randagi intorno alla spazzatura?

Il riflesso di questo cambiamento, è la modificazione del nostro linguaggio.
L'insulto più feroce è "perdente".
Non parliamo più di popolo. Ora parliamo di individui.
Questo termine così alienante ed atomizzante è diventato talmente pervasivo, che persino le organizzazioni assistenziali che cercano di combattere la solitudine lo utilizzano per descrivere quei bipedi che prima erano conosciuti come esseri umani.

Raramente completiamo una frase senza usare il termine personale.
Parlando personalmente (per distinguermi dal pupazzo di un ventriloquo), Preferisco amici personali piuttosto che la moltitudine impersonale e coloro che personalmente appartengono al genere che non è il mio.
Anche se questa è solo una mia personale preferenza.

Una delle tragiche conseguenze della solitudine è che la gente si consola con la televisione: molte persone anziane affermano che il dio con un solo occhio, che induce ed aiuta a diventare "Nessuno", che già Ulisse, o Ilio, sconfisse millenni addietro, il televisore, è la loro principale compagnia.
Questa cura fai-da-te peggiora la malattia.
Una ricerca di economisti dell'università di Milano indica che la televisione incentiva le aspirazioni competitive.
Questo corrobora fortemente il paradosso reddito-felicità: il fatto che, quando i redditi della nazione aumentano, la felicità non aumenta con essi.

L'ambizione, che aumenta con il reddito, fa sì che la meta, la completa soddisfazione, retroceda davanti a noi.
I ricercatori hanno rilevato che chi guarda a lungo la televisione ricava meno soddisfazione da un certo livello di reddito rispetto a coloro che la guardano poco.
La televisione accelera la giostra dell'edonismo, spingendoci a prodigarci ancor di più per poter mantenere lo stesso livello di soddisfazione.
Per rendersi conto del perché questo può accadere, si pensi ai numerosi programmi e le innumerevoli forme di competizione carrieristica che la televisione propone, l'ossessione generalizzata per la fama e la ricchezza, la pervasiva sensazione, nel vedere tutto questo, che la vita sia altrove diversa da dove siete voi.
Che la vita sia altrove migliore da dove si è.

Allora qual è la questione?
Che cosa ci guadagnamo da questa guerra di tutti contro tutti?
La competizione spinge la crescita, ma la crescita alla lunga non ci fa diventare più ricchi.
Le cifre rese note mostrano che, mentre le entrate dei direttori di società sono cresciute di oltre un quinto, i salari della forza lavoro complessivamente sono diminuiti in termini reali rispetto allo scorso anno.
I capi oggi guadagnano, prendono, 120 volte di più della media dei lavoratori a tempo pieno.
Nel 2000, il rapporto era di 47 volte.
E anche se la competizione ci rendesse più ricchi, non ci renderebbe più felici, poiché la soddisfazione prodotta da un aumento del reddito verrebbe pregiudicata dagli effetti della competizione in termini di ambizione.

Oggi l'1% al livello più alto possiede il 50% della ricchezza globale (The Guardian) ma nemmeno queste persone sono felici.
Un'indagine su persone con una ricchezza media di 78 milioni di dollari ha riscontrato che anche loro sono affette da ansia, insoddisfazione e solitudine.
Molti di loro hanno confessato di sentirsi finanziariamente insicuri: per sentirsi al sicuro ritenevano di aver bisogno, mediamente, di circa il 25% in più di denaro.
Se lo ottenessero? Senza alcun dubbio avrebbero bisogno di un ulteriore 25%.

Una persona dichiarò che non sarebbe stato tranquillo finché non avesse avuto un miliardo di dollari in banca.

Per questo abbiamo distrutto la natura, degradato il nostro modo di vivere, sottomesso la nostra libertà e le nostre prospettive di soddisfazione ad un edonismo compulsivo, atomizzante e triste, nel quale, dopo aver consumato tutto il resto, incominciamo a depredare noi stessi.

Per questo abbiamo distrutto l'essenza stessa dell'umanità.

Credo che, se si vuole rompere questo cerchio e tornare a stare insieme, dobbiamo affrontare il sistema divoratore del mondo e delle persone in cui ci siamo cacciati.

La condizione pre-sociale di Hobbes era un mito.
Ma adesso stiamo entrando in una condizione post-sociale che i nostri predecessori non avrebbero creduto possibile.
Le nostre vite stanno diventando orribili, brutali e lunghe.

Competitività ed individualismo ci stanno spingendo verso una devastante Era della Solitudine.

E' giunto il momento in cui l'essere umano capisca se stesso.
Bisogna saper stare bene con se stessi prima di poter stare bene insieme agli altri, altrimenti si usa il prossimo per i propri scopi, per imporgli il proprio volere oppure per sottomettersi, per chi ha bassa autostima.

La maggioranza vuole nascondere la propria (presunta?) inferiorità alla società, cercando di apparire migliori di quello che realmente è, senza mai coltivare la propria persona, tentar almeno di crescere, intellettualmente parlando.
Personalmente parlando, di nuovo, mi sono stufato di avere a che fare con le persone in quanto fanno affermazioni, ma quando messi davanti alla logica delle stesse si tirano indietro, nonostante il ragionamento calza perfettamente e ti danno anche ragione.
Il motivo? Nascondono la verità. Mentono a se stessi ed a chi vengono circondati.
Ma se dovessero dire la verità, non potrebbero poi più andare in giro a piangere.
Più facile dare la colpa agli altri che a se stessi.
Cercar scuse, o alibi, per le proprie frustrazioni.

E' giusto che questo mondo di mediocri crogioli nei propri errori e si faccia un esame di coscienza.
Dopo, e solo dopo, si potrà parlare di ritornare esseri genuinamente sociali e collaborativi. O essere di "Amore".
Solo quando si smettere di utilizzare il prossimo per falsificare la realtà, ad avallo delle proprie menzogne, per lenire le proprie frstrazioni ed idiosincrasie.

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